26 ottobre 2006

USA, Ufficio Semplificazione Assoluta

Ho letto un bell'articolo di Severgnini sul Corriere di oggi. Lo riporto qui, convinto che possa interessare ad almeno un paio di bloggers.

Beppe Severgnini

Girare dieci città d'America per un «book-tour» è divertente, ma massacrante. Un mattino ho conversato amabilmente al telefono con una sveglia automatica, credendola una persona; il giorno dopo ho sbattuto il telefono in faccia a una persona, credendola una sveglia automatica. E' bello però muoversi nella pancia di un Paese, e vedere come funziona: le strade e gli aeroporti, i diners e i caffè, i giornali e la radio, la stupefacente, consolante ripetività delle camere d'albergo: stessi telecomandi, stesso wireless (sia benedetto), stessi cuscini, stesse finestre sigillate, stesse macchine del caffè, stesse cameriere che non parlano inglese, stesso vocabolario (le spese extra si chiamano «incidentals», e quando si esagera richiedono il carro attrezzi). L'America non è quella che, ingannata, s'è impantanata in Iraq; è questo formicaio organizzato, che emette un ronzio piacevole.
Scrivo da Yale, piazzata come un'albicocca nel grigiore di New Haven (Connecticut). E' una delle migliori e più ricche università del mondo (18 miliardi di riserve investite, 23% di ritorno annuo sul capitale!). Non c'ero mai stato prima. E' una fantasia goticheggiante che ricorda Hogwarts, la scuola di Harry Potter: ci sono anche le torri del quidditch e il bunker di Voldemort (la sede di Skull and Bones, la società segreta cui appartengono i due Bush e John Kerry). Qui il formicaio è colto, e le formiche giovani, instancabili e atermiche: a qualsiasi ora, dietro ogni vetro, c'è una ragazzina con le infradito china sul computer, attaccata a internet. Sono queste cose le cose che colpiscono gli italiani: anche quelli che le sanno già. L'America è brusca, tosta, enorme: ma ti mette nelle condizioni di giocarti la partita. La logistica nazionale - trasporti e telecomunicazioni, amministrazione e informazione, commercio e ristorazione - sono semplici e formidabili. Uno può perdere il lavoro, negli Stati Uniti: ma non perché c'è uno sciopero dei treni e poi non riesce a mandare un'email.
A questa semplicità gli italiani trapiantati in America - da cent'anni o da dieci mesi - non sanno rinunciare. Ne conosco a migliaia, dopo trent'anni di viaggi. Dell'Italia amano l'intuizione, la capacità d'improvvisazione, l'imprevedibilità: in vacanza, però. Nella vita quotidiana tutto questo diventa stancante. In Italia avremmo bisogno di USA: Ufficio Semplificazione Assoluta. Ma non lo apriremo. Ogni difficoltà quotidiana - il negozio chiuso, la procedura bizantina, l'aereo in sciopero, la prenotazione impossibile, il wi-fi che non c'è, la ricevuta che non arriva, il docente introvabile - risponde agli interessi o alle pigrizie di qualcuno. Ogni progresso italiano richiede una rivoluzione, e ogni rivoluzione scatena una reazione: del gruppo, della lobby, della professione, del partito, del sindacato. Nessuno in Italia ha tanto potere da cambiare tutto; ma tutti hanno abbastanza per impedire che qualcosa cambi. Non siamo formiche ottimiste, noi. Siamo talponi miopi. Non vediamo che la somma dei nostri egoismi produce l'immobilismo che ormai ci esaspera.
Ho il sospetto che il voto per Berlusconi, dal 1994 al 2006, sia stato in parte motivato da una speranza: agire d'autorità e semplificare il Paese, renderlo più americano nei meccanismi quotidiani. E' andata male (per motivi che non possiamo spiegare qui). Ora la palla è a Prodi: è a lui che si chiede di aver il coraggio che noi non abbiamo, e sbloccare il Paese in cui - come diceva qualcuno - «la linea più breve tra due punti è l'arabesco». Il governo dovrebbe trovare la forza e la fantasia. Per ora, nebbia all'orizzonte. E non lo dico perché sono distante, dall'altra parte del mare.

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